COSE DA CAPIRE MAN MANO
Netnografia: https://www.sgi-italia.org ultimo accesso: 11 giugno 2020
La storia della Rivoluzione Umana in senso buddista di Stefi Pastori Gloss. Aiutare gli altri è un modo per aiutare sé stessi. Le opere di Stefi Pastori Gloss sono in vendita nelle librerie, su Amazon, e in privato, direttamente sui Social. Parlano di tematiche come bullismo, disparità di genere, guerra, hihkikomori, allo scopo di risvegliare le coscienze su questi tristi fenomeni.
Pochi mesi dopo l’adesione di Gloss al Buddismo di Nichiren Daishonin, accadde un orribile fatto di terrorismo: fu la Parigi del Bataclan*. Proprio in quei giorni, allo Zadankai si parlò di “trasformare il veleno in medicina” e per lei quel motto buddista era incomprensibile alla luce di quella strage.
Com’era possibile accettare tanta cattiveria da parte dell’essere umano nei confronti dei suoi simili, tanto da trasformarla in bontà? Tanto da vedervi in trasparenza un’opportunità per auto-migliorarsi? Quegli atti ignominiosi andavano non solo condannati, ma puniti con la medesima energia (negativa) con la quale erano stati perpetrati. Che parimenti andavano rimossi dai centri di potere quei governanti che li avevano permessi, secondo la sua ingenua ma genuina visione della vita e della storia dell’umanità.
Poi le furono fatti capire due dei concetti portanti del buddismo: che essere buddisti non significa essere buonisti, perché il buddismo apre gli occhi davanti alle ingiustizie, condannandole. Occorre però attuare nel contempo un cambiamento dentro sé in pensieri parole e azioni. E che, prima di arrivare a “influenzare” positivamente coloro che ci governano, occorre partire dal piccolo quotidiano, dalle minuscole contese che ci fanno star male, magari quelle con il vicino di casa o con i propri familiari. In poche parole, da se stessi. Perché poi, una volta risolte le piccole cose, il bene si allarga a macchia d’olio, fino ad arrivare ai “grandi”. E come avviene ciò? Attraverso la rivoluzione umana, ovvero trasformando le negatività, anche quelle personali, cambiando se stessi, cambiando pensieri parole e azioni per Kosen Rufu.
A distanza di quattro anni dal fattaccio di cronaca, la Gloss ne parlò allo Zadankai ad una Simpatizzante Giovane Donna, cercando parole ed esempi semplici come lei. «Se mi scivola dalle mani il porta biscotti in ceramica, per imperizia o disattenzione o rabbia, e si rompe, non do la colpa a qualcosa di esterno a me, che so, ad esempio mia figlia che mi ha distratta. La responsabilità dell’accaduto è comunque mia (cambio i pensieri). Non imprecherò contro nessuno, me stessa o mia figlia (cambio le parole). Metterò l’impegno di uscire di casa per acquistarne uno nuovo, contribuendo così all’economia, perché artigiani trarranno beneficio dal mio acquisto, conservando il posto di lavoro (cambio le azioni). Se do il buon esempio, anche gli altri creeranno circoli virtuosi, cominciando dal loro piccolo. Di piccolo in piccolo arriveremo ai grandi. Da un problema piccolo, si è creata una grande opportunità. Ecco, “trasformare il veleno in medicina” altro non è che vedere nella catena di eventi sfortunati, l’opportunità di auto migliorarsi.» Come ama dire Gloss, nella massima sintesi: “per vincere, occorre trasformare la G di sfiGa in D di sfiDa”.
“Nessuna vita scorre mai perfetta in realtà, la vita è una serie interminabile di traversie e tribolazioni, e non è esagerato dire che l’essenza della vita è affrontare le difficoltà” (cfr. NRU, 16, 188)
*https://it.wikipedia.org/wiki/Attentati_di_Parigi_del_13_novembre_2015
Gloss si era da poco trasferita in un’amena località montana, destinazione turistica internazionale, famosa per un’edizione delle Olimpiadi nei primi anni Duemila, stazione sciistica votata allo snowboard d’inverno e al downhill d’estate. Su indicazione dei Responsabili milanesi, sviluppò da subito contatti con la comunità di buddisti locali, ma anche con altre persone non necessariamente ispirate dalla stessa filosofia di vita. Tra queste, ce n’era una che gestiva un negozio di accessori moda sulla via chic dove lei stessa abitava, nel quale si infilava spesso la propria figliola, disabile ma attenta ai rapporti interpersonali e curiosa di tutto ciò che costruisce il look femminile, dagli occhiali ai tacchi. Gestora del negozio da oltre vent’anni, la nuova amica di Gloss rappresentava, per la comunità buddista e non, il gazzettino della cittadina e, secondo il delicato quanto inesorabile principio comune a piccole città e paesi che prevede l’impossibilità di recuperare gli individui già etichettati negativamente, quella gestora restava invisa anche a coloro che avrebbero dovuto fare della compassione in senso buddista il proprio timone di vita.
Ma alla novella residente le chiacchiere non importavano, sapendo che una forte determinazione trasforma ciò che appare impossibile in possibile. Ne aveva già avuto diverse prove concrete nella propria vita, anche da non buddista. La gestora si confidava spesso con lei, di come si sentisse esclusa da quelle che un tempo riteneva amiche sue, mentre la signora confidava le difficoltà che incontrava nel crescere la figlia disabile, ormai ragazzina, e di come la pratica buddista aiutasse entrambe.
Una mattina, al termine della spesa fatta nel negozio di alimentari posto frontalmente, non trovandosi accontentata negli acquisti di mamma Gloss e piangendo a dirotto perché avrebbe voluto il cioccolato al latte anziché quello fondente, la ragazzina si infilò nel negozio della gestora in cerca di consolazione. Gloss spiegò alla gestora il motivo. Congiungendo le manine, la ragazzina pronunciò NAM MYOHO RENGE KYO e di colpo smise di piangere. La gestora affermò che se davvero funzionava così, avrebbe dovuto provare.
Da quel giorno sono trascorsi tre anni, tante cose sono cambiate nelle singole vite di queste protagoniste, in bene o in male. Il marito della gestora ha rimesso un’attività in proprio, non ricavandone che magri guadagni e grandi debiti. La gestora stessa perse il lavoro che sembrava assolutamente tranquillo e radicato nella realtà ventennale della cittadina. Gloss dal canto suo, alla mancanza di lavoro riusciva a sopperire sempre; risolse con la determinazione di trovare una cura specifica per la figlia con sopraggiunte crisi psicotiche, gli anni di singletudine inveterata cancellati di colpo con l’arrivo di un partner ammirato e stimato da tutti, pure buddista. La gestora nel frattempo, da una parente buddista, riceveva maggiori ragguagli sulla pratica e ripetuti inviti a unirsi al gruppo. Non è chiaro cosa abbia convinto la gestora, se un’azione combinata delle buddiste o le prove concrete di Gloss che progrediva seppur tra mille difficoltà. Probabilmente non fu una singola cosa tra tutte queste, ma la loro felice combinazione, fatto sta che determinò di ricevere il Gohonzon proprio in corrispondenza dell’anniversario della Fondazione Soka.
Sensei scrive: “Per raggiungere un’espansione senza precedenti in questo breve lasso di tempo, occorre raccogliere una grande saggezza. Sono sicuro che state pensando a quante persone avete introdotto al buddismo negli ultimi mesi e non sapete a chi altro parlare di Buddismo. Questo modo di pensare è un ostacolo. Dove si trova l’ostacolo? E’ nella nostra mente. Siamo noi stessi a crearlo. Intorno a noi ci sono tante persone a cui potremmo parlare del Buddismo. Probabilmente non abbiamo ancora avuto l’opportunità di farlo oppure non abbiamo avuto con loro un dialogo approfondito. E’ qui che serve la saggezza, ovvero capire come dialogare per toccare il cuore degli altri” (NRU, 17 185).
Gloss ha bene in mente questo passaggio e mai, mai si è lasciata fermare da menti chiuse, da apparenti muri, da località bigotte. Sa che ogni volta che incontra qualcuno di nuovo, davanti a sé trova un Budda: anche se si tratta di una persona sbagliata, c’è sempre da imparare (magari standone lontani). Ha appreso ad usare il potere del Daimoku che avvicina misticamente le persone distanti. Ha studiato per utilizzare il proprio ego sempre insieme a Sensei, trasformando i propri difetti caratteriali in pregi vittoriosi per la Soka Gakkai, per la gente non buddista, per se stessa.
Se la seguente esperienza fosse una canzone tra le più famose in Italia, inizierebbe con “Questa è la storia di uno di noi...” ma Gloss non è nata in via Gluck, pur essendo milanese. Ormai ultracinquantenne, declassata a lavapiatti per necessità, (ammesso che chi lavi i piatti svolga attività declassata, ma non è vero: ogni lavoro ha la sua onorabilità), aveva un nobilissimo - e ben remunerato - passato lavorativo da Art Director Pubblicitaria negli anni della “Milano da Bere”, spendibile in veste di docente presso una istituzione scolastica privata, con diverse sedi disseminate sul territorio di una delle città più grandi d'Italia e immediata prima cintura, dedita alla formazione di adolescenti, prevalentemente fannulloni e indisciplinati. Ma si dice che il lavoro sia lavoro e che non bisogni guardare tanto per il sottile. Gloss aveva superato prove ben più difficili nella sua vita che non una masnada di ragazzacci. È da sempre convinta, come Sensei Ikeda (BS, 169, 36) che il tesoro più grande sia “piantare i semi della felicità nella vita delle persone”. Vero è che “può sembrare un processo lungo e tortuoso, ma è di fatto l’opera essenziale per riuscire a trasformare il nostro pianeta”.
Quando Gloss approccia nuovi ambienti, stringe subito nuove relazioni. Da più fonti, ovvero dalla responsabile del reclutamento personale e da quello orario docenti, dal direttore, dalla sindacalista nonché docente di inglese, con somma compassione, le giunse l’informazione che il suo stipendio sarebbe stato corrisposto soltanto un anno dopo, dovendo l’istituzione il proprio funzionamento all’arrivo di fondi dell’Unione Europea, estremamente lenti. Quando si ha fame e si è sul lastrico, si finisce per accettare condizioni inaccettabili. Il Direttore le ventilò l’ipotesi che negli anni a venire avrebbe potuto occuparsi anche nelle altre sedi della città e prima cintura, vedendosi incrementare impegno lavorativo e relativa remunerazione. Gloss fu posta sotto contratto, in cui si affermava che detta retribuzione sarebbe stata da corrispondere entro novanta giorni dall’inizio dell’attività di docenza. Novanta giorni dopo le fu detto di pazientare, ancora per almeno un anno. Gloss annotò mentalmente quell’alieno “almeno”.
Nello scorrere di un anno e mezzo, Gloss chiese a più riprese, di persona, per telefono, via e-mail, l’esecuzione delle obbligazioni proposte e firmate nel contratto dall’istituzione stessa, ricevendo dai responsabili solo risposte evasive, che confidavano sulla sua comprensione, che si trattava di soldi pubblici, di pazientare “almeno due anni”, e via panzanando. L’alieno alienante era riapparso. «Cosa vuol farci, i tempi sono quello che sono», la protagonista finì per accettare un legame con l’istituzione che, poco alla volta, logorò e poi distrusse anche la sua autostima (nonché svariati euro in treno per lavorare gratis, lasciandosi sfuggire vita e dignità).
Eppure, nel corso di quell’anno e mezzo, Gloss sostenne non solo gli allievi, che, in effetti si erano rivelati per quelle paventate persone difficili, ma pure incoraggiò una collega di fronte alla indisciplina di una classe. Dopo il successo di attenzione, la collega le ventilò l’ipotesi di un incontro con le scolaresche Alla Scoperta delle Professioni, per la conclusione dell’anno accademico. Non essendosi svolto, Gloss ne chiese ragione. Venne tranquillizzata, sentendosi dire che sarebbe stato previsto per l’anno successivo, sempre con lei come relatrice. Pur manifestando la sua disponibilità, sia per il proseguimento della docenza che per l’evento, nell’anno accademico seguente non venne però più convocata. Aveva già tuttavia notato che la responsabile del reclutamento personale con cui ebbe il primo abboccamento, tutte le volte che la incontrava in treno, si girava dall’altra parte. Evidentemente non reggeva la vergogna. Emisero a suo nome una parcella, senza corrispondere compenso alcuno.
A distanza di due anni, Gloss seppe di altri colleghi e colleghe nelle stesse sue condizioni. Ufficiosamente erano in otto a non aver ricevuto il dovuto in quella sola stessa sede dove lavorò, un comportamento indegno da parte di una istituzione di matrice cattolica come la loro.
Oltre alla parcella emessa da loro al posto suo, la protagonista aveva conservato gli screenshot dell’hyperplanning dell’istituzione, riguardante le proprie prestazioni. Conservava perfino le lezioni documentate. Pur restando la gratitudine per l’esperienza svolta presso l’istituzione, aumentò l’amarezza per essere stata raggirata, per non essere state mantenute le promesse di lavoro presso le svariate sedi, a conseguenza della cui proposta ebbe ipotizzato persino di cambiare residenza per avvicinarsi.
La minaccia di informare della situazione incresciosa Sindacati, Ispettorato del Lavoro, RAI3, periodici locali e nazionali, Canale5, e Gabibbi vari, divulgando la notizia che abitualmente non pagavano i dipendenti e che, essendo la loro appartenente alle Istituzioni cattoliche, avrebbero suscitato discreto scalpore, produsse l’effetto sperato.
L’istituzione corrispose gli emolumenti all’istante.
Gloss concluse questa storia edificante - edificante solo perché contiene un rafforzamento all’insegnamento contro le ingiustizie, sempre - mandando a memoria e facendo proprie le affermazioni di un filosofo giapponese che morì in carcere pur di sostenere le proprie convinzioni, Tsunesaburo Makiguchi. Circa il lavoro relativamente alla sua Teoria del Valore, che ne racchiude i tre criteri di bellezza, guadagno e bene, Makiguchi incoraggia a trovarne uno che: “sia piacevole (esprima cioè la bellezza), porti beneficio a chi lo svolge (generi quindi guadagno) e che sia utile alla società (contribuendo così al bene).”
Il tema prescelto dello Zadankai di ottobre 2018 per il confronto delle vite personali con il buddismo, a Gloss si rivelò aderente agli accadimenti della propria estate. Sensei invita a “rompere il guscio del piccolo io” (D.Ikeda, NR, 290, 11). Perciò Gloss desiderò con vero cuore condividere la storia di sua figlia, che all'epoca era una ragazza di dodici anni, la quale a cinque mesi di vita si trovò a combattere contro una malattia rarissima che colpisce un neonato su centocinquantamila. Così infrequente da non esserci test prenatali. Impedisce totalmente lo sviluppo psicomotorio nei neonati, che, finchè campano, restano allo stato vegetativo, intubati per alimentarsi e respirare. A volte, muoiono precocemente. Ai buddisti presenti fu offerta la possibilità di entrare in empatia con quei genitori e il loro strazio. Ma
la neonata improvvisamente guarì, pur restando lesa a tal punto da essere incapace di parlare e camminare fino a 4 / 5 anni.
Ce la fece, più tardi degli altri, ma riuscì a sviluppare una vita abbastanza indipendente e autonoma, rispetto alla disastrosa partenza. Superò il ritardo psicomotorio, con i suoi tempi supererà quello cognitivo. Ma vincerà, sua madre e il suo partner ne furono subito certi. Raccontarono quella vicenda perché va a beneficio di quei genitori separati in combattimento non solo per la guarigione, ma anche per i diritti dei figli e più in generale, per Kosen Rufu.
In quel lontano ottobre 2018, la ragazza era consapevole di non sapere controllarsi e si trovava a dover lottare contro non solo contro se stessa ma anche contro l'ignoranza del padre naturale che riteneva il suo malessere gestibile solo con una severa applicazione di buone regole. E che rifiutava di entrare in contatto in modo collaborativo con la madre e il suo partner. Alcune malattie sono tali in quanto l'organismo non produce in maniera endogena determinate sostanze necessarie al benessere dell'individuo. È il caso dell'epilessia, è anche quello delle turbe psicotiche (chiamate il secolo scorso, schizofrenia). Ebbene, fu epilettica da neonata, ma ne uscì. La ragazza era affettuosa, dimostrava a parole e a gesti il suo amore per la madre e il suo partner. Tuttavia, improvvisamente e senza apparente motivo, sfuggiva loro di mano per strada attraversando senza curarsi di eventuali veicoli in arrivo, e si rivoltava loro contro, picchiandoli a calci pugni morsi, talvolta fino a farli sanguinare; sui marciapiedi si gettava a terra, con i lacrimoni, urlando quanto fossero cattivi con lei, in mezzo a passanti in odor di denuncia per maltrattamenti. Ripresa pazientemente e con dolcezza, ma allo stesso tempo, fermamente, ribadiva dispiaciuta quanto non fosse in grado di controllarsi. Pareva dunque soffrisse di schizofrenia. Purtroppo non fu dato conoscere la diagnosi dei medici consultati dal padre.
Portata da Gloss presso altro neuropsichiatra infantile, questa volta a pagamento, costui confermò a colpo d'occhio la sospetta diagnosi, affermando con decisione che, per farla stare bene, fosse indispensabile un determinato medicinale. Purtroppo, in assenza di consenso del padre, non poté prescriverlo.
Consultato anche il medico di famiglia, costui suggerì a Gloss e al suo partner di fare un esposto presso le FFOO, a tutela della ragazza. Quando si recarono nella caserma di Polizia, lei stessa approcciò il primo funzionario rivelandogli di essere ingestibile, parole pronunciate in maniera autonoma, mai usate con lei dalla madre o dal partner.
Il funzionario accolse l'esposto per sospetta mancata somministrazione di cura farmacologica solo dopo un paio d'ore di insistenza. Voleva evidentemente verificare di persona che non si trovasse di fronte all'ennesima donna separata che voleva vendicarsi dell'ex marito con l'accusa di non occuparsi della figlia. Accolse l'esposto solo dopo aver valutato il comportamento della ragazza, che si faceva via via più violento e appunto ingestibile.
In seguito, un paio di "buone amiche" consigliarono di ritirare l'esposto, per non "mettere cattive cause". Sentendosi tutt'altro che incoraggiata, Gloss praticò come se avesse dovuto estrarre l'acqua dal deserto. Raggiunse la saggezza di non ritirare la denuncia e proseguì sulla strada del raggiungimento del benessere della figliola, credendo fermamente nelle cinque linee guida: “fede per una famiglia armoniosa”. Pertanto, girò l'esposto al padre della ragazza via WhatsApp, che continuava ad affermare la non necessità di farmaci.
Il neuropsichiatra a pagamento informò la neuropsichiatra dell'Asl, che nel frattempo era cambiata. “Anche se lungo il cammino della nostra vita le cose non dovessero andare come desideriamo, una persona che possiede lo spirito di non arrendersi, non si sente per nulla scoraggiata.” (D.Ikeda, NR, 290, 11) Forte dell'incoraggiamento di Sensei, Gloss non si arrese. Venne finalmente a sapere, dopo diverse chiamate ed e-mail, a più riprese e in più mesi, che il padre, dopo plurimi consulti tutti con medesimo risultato, aveva finalmente deciso di sottoporla alla cura farmacologica.
“Il buddismo è vincere o perdere. Proprio per questo, il maestro e i discepoli devono continuare a lottare fino alla fine. Lungo il cammino possono esserci vittorie e sconfitte, ma alla fine si è assolutamente in grado di vincere: questa è l'essenza della strategia del Sutra del Loto.” (D.Ikeda, NR, 626, 25) Vittoria vittoria vittoria, gratitudine eterna per la Legge Mistica e per il Daimoku che permise alla figlia di Gloss di stare subito meglio, di stabilizzare il suo carattere sulla positività. Affettività , concentrazione e attenzione verso il prossimo furono le sue conquiste e quelle dei suoi genitori, che avevano preso la determinazione di non arrendersi mai.
Il loro Daimoku di fiducia irremovibile fece il suo effetto anche a distanza.
“La lotta per kosen rufu, la rivoluzione umana personale e la trasformazione del karma non sono affatto cose distinte e separate.” (D.Ikeda, NR, 626, 24).Avanti sempre con Sensei, con il coraggio di affermare giorno dopo giorno, istante dopo istante, il voto per Kosen Rufu.
Nel luglio del 2018, Gloss venne meno al proprio impegno di “rispettare e onorare la madre” (concetti ancora molto cattolici, in verità; si direbbero piuttosto dogmi, nei quali non è insita la motivazione che nel Buddismo si reperisce nella gratitudine), con estrema fatica dato il karma che le legava. Al di là della causa scatenante, (un voucher da spendere per una tratta in tassì a Milano, modesto regalino), ciò che più la ferì fu il mancato ringraziamento. Le sorse allora il dubbio di non essere grata verso la di lei vita, e dunque, in ultima analisi, alla propria. Le apparse impossibile, dati gli sforzi in cui si era prodigata nei due anni precedenti. Avrebbe detto piuttosto che, siccome l'accoppiata “mamma/figlio” cioè fratello, era da prendersi in blocco, (entrambi con disturbi comportamentali, incapaci di crearsi e mantenere amicizie), doveva inchinarsi davanti alle loro buddità, prendendo esempio dal Budda Mai Sprezzante Fukyo, ma starne lontana per un po' e farli cuocere nel loro brodo caldino. Quando si sarebbero accorti della mancanza delle sue telefonate quotidiane, del suo interessamento costante ai loro eterni problemi, salute, di denaro, di lavoro, di infelicità, l’avrebbero cercata. O forse non funziona così?
Non capiva. All’epoca Gloss e sua madre convivevano. Tra le varie e continue scaramucce madre figlia, si era verificato un fattore positivo: Gloss era riuscita a trattenere se stessa da farle qualsiasi forma di violenza psicologica o fisica, nonostante la madre l’avesse di fatto “sequestrata”, nascondendo in petto le chiavi di casa propria. “Allontanando dalla nostra interiorità la violenza che ci soggioga” (A. Perez Esquivel, La forza della speranza, esperia, pag.198), Gloss aveva nutrito la pace che nascesse in sé.
A madre e fratello cercava di dare prova che il bene tornasse sempre indietro. Al fratello fece un piccolo presente disinteressato, come alla mamma, dicendo di averlo sporto con il cuore perché servisse da buon esempio e da propagazione. «Ma come: non ti aspetti niente da me?» le disse stupito il fratello. Al no di Gloss, commentò: «Certo che voi buddisti siete strani forte». Tuttavia il suo viso esprimeva felicità.
Non aspettarti la gratitudine se fai del bene era un motto coniato ai tempi in cui aiutò una donna maltrattata a prendersi cura di sé, ricevendo solo minacce e offese. Ancora e sempre valido. Tuttavia, nel frattempo Gloss apprese di essere dominata dall’ego -ismo, -centrismo, tutti “ismi” che fanno paura. “Se davvero ricerchiamo la sicurezza personale dobbiamo andare oltre il nostro piccolo io dominato dall'egoismo” (D.Ikeda, Adottare l'insegnamento corretto per la pace nel paese, esperia, pag.68). Determinò che avrebbe trovato il modo di riavvicinarsi a loro, per “parlare della dignità della vita e dell'eguaglianza di tutte le persone” (D.Ikeda, NR, 290, 11), impedendo loro di crogiolarsi nel brodo caldino, perché rifiutava di “abbandonare la capacità di usare il linguaggio” (D.Ikeda, BS, 130, 51). A debita distanza, in quanto "quelli" levavano le mani. E non certo per elargire benedizioni.